Pubblicato il Marzo 15, 2024

Contrariamente a quanto si pensi, la scelta del tessuto tecnico riciclato non è una questione etica, ma un compromesso ingegneristico: le performance dipendono dalla matrice polimerica del materiale.

  • Il nylon rigenerato (poliammide) eccelle per resistenza all’abrasione e leggerezza, ideale per strati esterni come gusci e pantaloni da trekking.
  • Il poliestere, quasi idrofobo, è imbattibile nella gestione del sudore e nell’asciugatura rapida, perfetto per l’intimo tecnico e i base-layer.

Raccomandazione: Smetti di cercare il tessuto “migliore” in assoluto. Analizza invece l’uso specifico che farai del capo e scegli il materiale le cui proprietà molecolari rispondono a quell’esigenza di performance.

Da sportivo amatoriale attento alla qualità, ti trovi di fronte a un bivio quando rinnovi la tua attrezzatura tecnica. Da un lato, il marketing ti spinge verso tessuti “eco-friendly”, presentandoti il nylon rigenerato come la soluzione definitiva. Dall’altro, la tua esperienza ti dice che non tutti i capi sono uguali e le performance contano più di ogni etichetta. La discussione comune si ferma spesso a un semplicistico “riciclato è meglio”, senza mai entrare nel merito tecnico che fa la differenza durante uno sforzo intenso.

Si parla genericamente di sostenibilità, di certificazioni e di impatto ambientale, ma raramente si risponde alla domanda fondamentale per un atleta: quale di questi materiali mi terrà più asciutto, sarà più durevole e leggero? La scelta tra nylon rigenerato, come il celebre ECONYL®, e il poliestere (anche nella sua versione rPET, riciclato da bottiglie di plastica) non è una scelta morale, ma una precisa decisione ingegneristica. Ogni polimero ha una struttura molecolare unica che ne determina il comportamento in condizioni di stress, sudore e usura.

E se la vera chiave per una scelta consapevole non fosse guardare solo all’etichetta “riciclato”, ma capire il “perché” tecnico dietro le performance? Questo articolo adotta la prospettiva di un ingegnere dei materiali per scomporre le reali differenze prestazionali tra questi due titani del tessile tecnico. Analizzeremo non solo cosa sono, ma come si comportano a livello molecolare, come reagiscono ai lavaggi, come influenzano la termoregolazione e, infine, come fare una scelta informata che non sacrifichi né le performance né la responsabilità.

Questa guida ti fornirà gli strumenti per decifrare le etichette e comprendere la scienza dietro ai tessuti, permettendoti di scegliere l’attrezzatura più adatta alle tue esigenze specifiche. Esploreremo insieme la struttura, le applicazioni e il futuro di questi materiali innovativi.

Perché il riciclo meccanico dei tessuti consuma meno acqua di quello chimico?

Per capire le performance di un tessuto, dobbiamo partire dal suo processo di nascita, o ri-nascita. Il riciclo dei polimeri sintetici non è un processo unico; si divide principalmente in meccanico e chimico, con impatti molto diversi sulle risorse e sulla qualità finale del filato. Dal punto di vista ingegneristico, è un classico compromesso tra qualità e consumo energetico.

Il riciclo meccanico, storicamente radicato in Italia nel distretto tessile di Prato per la lana rigenerata, è un processo fisico. I tessuti vengono selezionati, sfilacciati e trasformati nuovamente in filo. Il grande vantaggio è il ridotto consumo di risorse: non richiede solventi chimici né processi ad alta intensità energetica per rompere i legami molecolari, e di conseguenza il consumo d’acqua è minimo. Lo svantaggio è che le fibre si accorciano e si indeboliscono ad ogni ciclo, portando a un “downcycling” con performance leggermente inferiori rispetto al materiale vergine.

Il riciclo chimico, o depolimerizzazione, è invece un processo molto più sofisticato. Prende il polimero, come il Nylon 6, e lo scompone chimicamente fino a tornare al suo monomero di base, il caprolattame. Questo monomero è indistinguibile da quello prodotto dal petrolio. Il risultato è un filato rigenerato, come l’ECONYL®, con le stesse identiche performance del vergine. Questo processo, però, richiede più energia e l’uso di reagenti chimici. Tuttavia, innovazioni all’avanguardia hanno permesso di ottimizzare anche questo aspetto: il processo di rigenerazione ECONYL® è un esempio virtuoso, basato su un ciclo chiuso d’acqua al 100% e un significativo risparmio energetico rispetto alla produzione da fonte fossile.

In sintesi, il riciclo meccanico risparmia più risorse nel singolo ciclo ma degrada la fibra, mentre quello chimico rigenera la qualità originale a fronte di un processo più complesso, ma sempre più ottimizzato. La scelta dipende dall’applicazione finale del tessuto.

Come lavare i tessuti tecnici riciclati senza perdere l’impermeabilità dopo 6 mesi?

L’impermeabilità di un capo tecnico, specialmente di un guscio esterno, non dipende dal tessuto in sé, ma da un sottilissimo strato polimerico applicato in superficie: il trattamento DWR (Durable Water Repellent). Questa finitura chimica fa sì che le gocce d’acqua scivolino via senza impregnare la fibra. La sua durabilità è uno dei punti critici nella vita funzionale di un capo e dipende sia dalla qualità del trattamento sia dalla corretta manutenzione.

Lavaggi aggressivi, detersivi non specifici e l’uso di ammorbidenti possono degradare rapidamente il trattamento DWR, lasciando il tessuto esposto all’assorbimento di umidità. La buona notizia è che questo trattamento può essere “riattivato”. Un calore controllato, applicato con un ferro da stiro a bassa temperatura (con un panno protettivo) o in asciugatrice con un ciclo delicato, permette di ridistribuire le molecole polimeriche del DWR, ripristinandone l’efficacia.

Processo di riattivazione termica del trattamento DWR su tessuto tecnico riciclato

La natura della fibra sottostante, nylon o poliestere, influenza l’aderenza e la durata del trattamento. Il nylon (poliammide) offre generalmente un’eccellente adesione iniziale, ma la sua maggiore, seppur minima, tendenza ad assorbire umidità può influenzare la performance a lungo termine. Il poliestere, essendo quasi completamente idrofobo, tende a mantenere l’efficacia del DWR per un numero leggermente superiore di lavaggi.

Questo confronto, basato su dati medi di settore, evidenzia come la manutenzione e la natura del polimero siano interconnesse per garantire la longevità del capo. Una riattivazione termica periodica è essenziale per massimizzare il ciclo di vita funzionale dell’impermeabilizzazione.

Confronto aderenza DWR su nylon rigenerato vs poliestere
Caratteristica Nylon rigenerato Poliestere riciclato
Aderenza iniziale DWR Ottima Buona
Durata dopo lavaggi 30-40 lavaggi 40-50 lavaggi
Riattivazione termica 120°C efficace 140°C necessari
Assorbimento umidità 4-6% 0.4%

Microfibra riciclata o cotone bio: cosa scegliere per chi suda molto in palestra?

Per chi pratica attività ad alta intensità, la gestione del sudore è la priorità numero uno. In questo scenario, il confronto tra fibre sintetiche riciclate (come poliestere o poliammide) e fibre naturali come il cotone biologico non è una questione di “naturale vs. artificiale”, ma di pure e semplici leggi della fisica e della chimica dei materiali. La capacità di un tessuto di gestire l’umidità si chiama efficienza termoregolatoria.

Il cotone, anche nella sua versione biologica, è una fibra idrofila: ama l’acqua. Può assorbire fino al 27% del suo peso in umidità prima di dare una sensazione di bagnato. Questo lo rende confortevole nell’uso quotidiano, ma disastroso per lo sport. Una volta intriso di sudore, il cotone diventa pesante, si appiccica alla pelle e, soprattutto, perde ogni potere isolante. L’umidità intrappolata a contatto col corpo accelera la dispersione termica, causando una rapida sensazione di freddo non appena l’intensità dello sforzo diminuisce. È un materiale da evitare categoricamente per l’attività sportiva.

Le microfibre sintetiche, come il poliestere riciclato, sono invece idrofobe. Come sottolinea un esperto del settore come Rifò nel suo blog, la differenza è abissale:

La lana assorbe il 50% dell’acqua senza apparire bagnata, mentre una fibra sintetica tra il 4 e il 6%.

– Rifò, Blog Rifò Stories

Questa bassissima capacità di assorbimento è la loro più grande forza. Il poliestere non trattiene il sudore; lo trasferisce per capillarità dalla pelle verso lo strato esterno del tessuto, da dove può evaporare rapidamente. Come conferma uno dei maggiori produttori italiani di filati tecnici, RadiciGroup, “Il poliestere consente ai capi una velocissima asciugatura, particolarmente apprezzabile quando si tratta di performance sportive che si prolungano per ore”. Per chi suda molto, un base-layer in poliestere riciclato è quindi la scelta ingegneristicamente più corretta per rimanere asciutti, leggeri e termoregolati.

Il rischio invisibile dei lavaggi frequenti che inquina i mari italiani

Ogni volta che laviamo un capo sintetico, che sia vergine o riciclato, rilasciamo nell’acqua migliaia di minuscole fibre: le microplastiche. Questi frammenti, inferiori ai 5 mm, non vengono trattenuti dai sistemi di filtraggio delle lavatrici né dagli impianti di depurazione, finendo direttamente nei fiumi e nei mari. È un problema serio, soprattutto nel nostro bacino.

Il Mediterraneo, un mare semichiuso con un lento ricambio d’acqua, è una delle aree più inquinate al mondo da questo punto di vista. Studi recenti del CNR-ISMAR hanno rilevato concentrazioni allarmanti. Ad esempio, una ricerca ha mostrato che nelle acque del golfo di Napoli si possono trovare fino a 3,56 frammenti per metro cubo, livelli paragonabili a quelli dei grandi “vortici di plastica” oceanici. Questo inquinamento invisibile entra nella catena alimentare marina, con conseguenze ancora in fase di studio per l’ecosistema e la salute umana.

Sistema di filtraggio microplastiche con filtri per lavatrice e impatto ambientale marino

Come atleti, laviamo spesso la nostra attrezzatura. Siamo quindi parte del problema, ma possiamo anche essere parte della soluzione. La consapevolezza è il primo passo, ma esistono strumenti concreti per mitigare il nostro impatto. Fortunatamente, il mercato italiano offre già diverse soluzioni pratiche per catturare le microfibre prima che finiscano nello scarico.

Il tuo piano d’azione per ridurre il rilascio di microplastiche

  1. Identifica i punti di contatto: Fai un inventario di tutti i tuoi capi sportivi sintetici (poliestere, nylon, elastan). Sono loro la fonte primaria.
  2. Valuta le soluzioni di cattura: Esamina le opzioni disponibili in Italia, come la sacca di lavaggio Guppyfriend (riduzione fino al 90-100%), il filtro esterno PlanetCare (efficienza 90%), o la sfera Cora Ball da inserire nel cestello.
  3. Implementa la soluzione scelta: Acquista e utilizza costantemente il sistema di filtraggio che meglio si adatta alle tue abitudini e al tuo budget.
  4. Ottimizza i lavaggi: Lava i capi sintetici solo quando necessario, preferisci cicli brevi e a basse temperature e riempi la lavatrice per ridurre l’attrito tra i tessuti, che è una delle cause principali del rilascio di fibre.
  5. Sostieni il cambiamento sistemico: Informati e sostieni le iniziative normative, come quella francese che dal 2025 renderà obbligatori i filtri sulle lavatrici nuove.

Quando arriveranno i tessuti 100% biodegradabili nel mercato di massa?

Mentre il riciclo di nylon e poliestere rappresenta il presente dell’abbigliamento sportivo sostenibile, l’orizzonte futuro è popolato da una nuova generazione di materiali: le fibre bio-based e biodegradabili. Questi tessuti non derivano dal petrolio, ma da materie prime rinnovabili di origine vegetale, spesso scarti dell’industria agricola. L’obiettivo finale è chiudere il cerchio, creando prodotti che a fine vita possano tornare alla natura senza lasciare traccia.

Questo futuro non è così lontano e l’Italia è in prima linea nell’innovazione, come dimostrano casi di eccellenza che stanno già facendo parlare di sé nel mondo della moda e, presto, dello sport. Un esempio emblematico è quello di Orange Fiber.

Studio di caso: Orange Fiber, il tessuto dagli agrumi siciliani

Nata a Catania nel 2014 dall’intuizione di Adriana Santonocito ed Enrica Arena, Orange Fiber è un’azienda che ha brevettato un processo per creare un tessuto simile alla seta partendo dal “pastazzo”, ovvero ciò che resta dalla spremitura industriale degli agrumi. Questo sottoprodotto, che in Sicilia ammonta a centinaia di migliaia di tonnellate all’anno, viene trasformato in una fibra cellulosica di alta qualità, biodegradabile e innovativa, già utilizzata da brand di lusso come Salvatore Ferragamo.

L’approccio di Orange Fiber incarna perfettamente la visione dell’economia circolare applicata al tessile, come evidenziato in un’analisi di settore:

L’economia circolare nel tessile si basa sulla valorizzazione di sottoprodotti agricoli, trasformando quelli che un tempo erano rifiuti in materie prime di alto valore.

– L’Altroparlante, La nuova corsa alle fibre bio-based

Tuttavia, la strada verso il mercato di massa per l’abbigliamento sportivo tecnico è ancora in salita. Le sfide principali sono la scalabilità della produzione e il raggiungimento delle performance tecniche richieste (resistenza, elasticità, gestione dell’umidità) a un costo competitivo. Sebbene oggi esistano già filati come l’Amni Soul Eco® (una poliammide biodegradabile), la loro diffusione è limitata. Gli esperti prevedono che questi materiali diventeranno una realtà comune sugli scaffali entro i prossimi 5-10 anni, man mano che la tecnologia maturerà e i costi di produzione diminuiranno.

Come alleggerire lo zaino di 2 kg eliminando il superfluo senza dimenticare l’essenziale?

Per un escursionista o un trail runner, ogni grammo conta. Alleggerire lo zaino non significa solo rinunciare al superfluo, ma scegliere scientificamente attrezzatura le cui proprietà intrinseche offrono la massima performance con il minimo peso. In questo contesto, la scelta tra nylon rigenerato e poliestere riciclato non è estetica, ma puramente funzionale e legata al peso specifico e alla comprimibilità dei materiali.

Dal punto di vista della matrice polimerica, il nylon (poliammide) è intrinsecamente più resistente all’abrasione e allo strappo a parità di peso rispetto al poliestere. Questo permette di produrre tessuti più sottili e leggeri senza sacrificare la durabilità. Un guscio antipioggia in nylon rigenerato può pesare anche il 15-20% in meno di un equivalente in poliestere, offrendo al contempo una maggiore resistenza meccanica, cruciale quando ci si muove tra rocce e vegetazione.

Inoltre, la struttura della fibra di nylon tende a renderla più “morbida” e comprimibile. Questo significa che un capo in nylon occupa meno volume nello zaino, un vantaggio non trascurabile quando lo spazio è limitato. Il poliestere, d’altro canto, mantiene un ruolo fondamentale come strato intermedio (pile) grazie al suo eccellente rapporto isolamento/peso e alla sua capacità di non trattenere l’umidità.

Questa tabella mette a confronto le proprietà chiave dei due materiali, evidenziando perché una scelta oculata del tessuto è il primo passo per un equipaggiamento ultraleggero.

Peso specifico e performance nylon rigenerato vs poliestere riciclato
Materiale Peso (g/m²) Resistenza abrasione Comprimibilità
Nylon rigenerato ECONYL® 40-60 Eccellente Alta
Poliestere riciclato 50-70 Buona Media
Risparmio peso per capo 15-20% 30% volume

Costruire un kit ultraleggero significa applicare questi principi. Ad esempio, per un’escursione di tre giorni sulle Dolomiti, la scelta di materiali tecnici avanzati può portare a un risparmio di oltre 300 grammi solo sull’abbigliamento: un guscio in nylon rigenerato (280g vs 350g di uno tradizionale), un base-layer tecnico (150g vs 200g) e pantaloni stretch (340g vs 450g) fanno una differenza tangibile sulla lunga distanza.

Come vestirsi per pedalare in inverno restando asciutti e visibili?

Pedalare in inverno, specialmente in contesti come la Pianura Padana, presenta una doppia sfida ingegneristica: gestire la termoregolazione in condizioni di umidità e nebbia, e garantire la massima visibilità in condizioni di luce scarsa. La soluzione risiede in un sistema di stratificazione intelligente che sfrutta le proprietà specifiche di ogni polimero e nelle moderne tecniche di tintura.

Il principio fondamentale è la stratificazione a 3 livelli, dove ogni strato ha una funzione precisa:

  • Strato base (a contatto con la pelle): La sua missione è allontanare il sudore il più velocemente possibile. Qui il poliestere è re, ma le innovazioni come la poliammide con sezione “multilobale” offrono performance ancora superiori, aumentando la superficie di contatto con la pelle e accelerando il trasporto dell’umidità verso l’esterno.
  • Strato intermedio (isolante): Deve creare una barriera d’aria calda senza trattenere l’umidità proveniente dallo strato base. Un pile in poliestere, magari con particelle ceramiche integrate nel filato, è ideale per riflettere il calore corporeo e massimizzare l’isolamento con un peso minimo.
  • Strato esterno (protettivo): Deve proteggere da vento e pioggia leggera, pur rimanendo traspirante. Un guscio in nylon rigenerato, leggero e resistente, accoppiato a una membrana antivento realizzata in rPET (poliestere riciclato), rappresenta lo stato dell’arte.

La visibilità è altrettanto critica. Ottenere colori fluorescenti (giallo, arancione) su fibre riciclate era una sfida tecnica, poiché le impurità nel materiale di partenza potevano compromettere la brillantezza del colore. Oggi, la tecnica della tintura in massa (o “solution dyeing”) ha risolto il problema. Il pigmento colorato viene aggiunto direttamente al polimero fuso, prima che diventi un filo. Questo processo non solo garantisce colori vividi e duraturi che non sbiadiscono, ma permette anche un enorme risparmio di acqua ed energia rispetto alla tintura tradizionale del tessuto finito.

Un sistema di vestiario ottimale combina quindi questi elementi: strati funzionali differenziati e uno strato esterno con colori ottenuti tramite tintura in massa e inserti riflettenti per una sicurezza a 360 gradi.

Da ricordare

  • La scelta tra nylon e poliestere non è ideologica, ma un compromesso ingegneristico basato sull’uso specifico del capo.
  • Il nylon rigenerato eccelle in durabilità e leggerezza (ideale per strati esterni); il poliestere riciclato è imbattibile nella gestione del sudore (ideale per strati a contatto con la pelle).
  • La manutenzione è fondamentale: la riattivazione termica del trattamento DWR e l’uso di filtri per microplastiche estendono la vita funzionale del capo e riducono l’impatto ambientale.

Come distinguere un vero brand eco-responsabile italiano dal marketing ingannevole?

Nell’attuale mercato saturo di messaggi “green”, distinguere un’azienda genuinamente impegnata nella sostenibilità da una che pratica greenwashing è una competenza fondamentale per il consumatore consapevole. Il marketing ingannevole si basa su termini vaghi, autodichiarazioni non verificabili e un’enfasi sproporzionata su un singolo aspetto “eco” per mascherare una filiera opaca. Un brand italiano veramente responsabile, invece, fonda la sua credibilità sulla trasparenza totale.

Per non cadere nelle trappole del marketing, è necessario adottare un approccio analitico e cercare prove concrete. I criteri da valutare sono chiari e misurabili. Un marchio virtuoso non avrà problemi a fornire informazioni dettagliate sulla provenienza dei materiali, sui luoghi di produzione e sulle certificazioni ottenute da enti terzi indipendenti. Al contrario, un brand ambiguo si nasconderà dietro a formule generiche come “tessuto eco-friendly” o “fatto con materiali riciclati”, senza specificare né la percentuale, né l’origine, né lo standard di certificazione.

Le certificazioni sono il linguaggio della trasparenza. Sigle come GRS (Global Recycled Standard), Oeko-Tex Standard 100, la certificazione di sistema B Corp o la specifica italiana Remade in Italy® non sono semplici loghi, ma garanzie di un controllo rigoroso lungo tutta la catena di produzione, dall’origine della materia prima riciclata alle condizioni di lavoro.

La tabella seguente riassume le differenze chiave tra un approccio trasparente e uno ambiguo, usando come esempio positivo un brand che fa della tracciabilità un suo punto di forza.

Brand virtuoso vs Brand ambiguo
Criterio Brand Virtuoso (es. Re-bello) Brand Ambiguo
Trasparenza filiera 100% tracciabile, fornitori dichiarati Informazioni generiche
Certificazioni Multiple e verificabili Autodichiarazioni
Materiali ECONYL® certificato, % precise ‘Materiali eco-friendly’
Produzione 100% Made in Italy documentato Non specificata

Ora che possiedi gli strumenti ingegneristici per valutare un tessuto, applica questo stesso rigore critico al marchio. Esigi trasparenza, verifica le certificazioni e premia le aziende italiane che investono in una filiera realmente sostenibile e tracciabile, trasformando il tuo prossimo acquisto in una scelta performante e consapevole.

Domande frequenti su Nylon rigenerato vs Poliestere vergine

Il brand dichiara la provenienza ‘Made in Italy’ dei tessuti rigenerati?

Un vero brand sostenibile italiano dovrebbe dichiarare chiaramente l’origine dei materiali e il luogo di produzione, come Aquafil per ECONYL® prodotto ad Arco (TN).

Quali certificazioni deve avere un tessuto realmente sostenibile?

Cerca certificazioni come GRS (Global Recycled Standard), B Corp, Remade in Italy®, Oeko-Tex Standard 100.

Come riconoscere il greenwashing nelle dichiarazioni sui materiali?

Diffida da termini vaghi come ‘tessuto eco’. Cerca invece specifiche precise: ‘poliestere 100% riciclato GRS da post-consumo’.

Scritto da Marco Valenti, Ingegnere Tessile specializzato in sostenibilità e materiali innovativi, con un master al Politecnico di Torino. Da 15 anni lavora nel distretto tessile di Prato occupandosi di economia circolare e riciclo delle fibre.