Pubblicato il Maggio 15, 2024

In sintesi:

  • Il vero ostacolo per iniziare non è la fatica, ma la paura dell’ignoto e la mancanza di fiducia.
  • La chiave è un approccio graduale: inizia con l’allenamento in pianura (scale, colline) prima ancora di comprare l’attrezzatura.
  • Imparare a “leggere” la montagna (segnali, meteo, tracce) è più importante che possedere l’equipaggiamento più costoso.
  • La sicurezza non è una lista di divieti, ma un insieme di competenze attive che si costruiscono escursione dopo escursione.
  • Il modo migliore per iniziare è affidarsi a una guida esperta, come quelle delle sezioni locali del Club Alpino Italiano (CAI).

Abiti in pianura, magari in una grande città, ma senti il richiamo della natura. L’idea di camminare tra i boschi, raggiungere un punto panoramico e respirare aria pulita ti affascina, ma subito dopo subentra un pensiero: “Io? In montagna? Sono troppo fuori forma, non ce la farò mai”. Questa sensazione, un misto di desiderio e timore, è il primo, vero ostacolo per chiunque voglia iniziare a fare trekking. La paura della fatica, di non essere all’altezza, di trovarsi in una situazione di pericolo per inesperienza, blocca sul nascere tanti potenziali escursionisti.

Molti pensano che la soluzione sia comprare l’attrezzatura giusta: scarponi performanti, zaini ultraleggeri, abbigliamento tecnico all’ultimo grido. Certo, l’equipaggiamento è importante, ma non è il punto di partenza. Il consiglio più comune è “vestirsi a strati” o “scegliere sentieri facili”, ma per chi parte da zero queste indicazioni restano astratte e non risolvono il problema di fondo: l’insicurezza. Per te, che sei abituato a strade piane e marciapiedi, la montagna appare come un ambiente ostile e imprevedibile.

E se ti dicessi che la vera chiave non è eliminare la fatica, ma imparare a gestirla? Se il segreto non fosse possedere l’equipaggiamento migliore, ma sviluppare l’ “equipaggiamento mentale” corretto? Questo articolo non è la solita lista della spesa. È una guida pensata da chi la montagna la vive ogni giorno, per accompagnarti passo dopo passo a costruire la fiducia necessaria per affrontare il tuo primo sentiero. Ti mostrerò come trasformare la paura in rispetto consapevole e l’incertezza in pianificazione, partendo da ciò che puoi fare oggi, proprio lì dove vivi.

In questa guida, affronteremo insieme i dubbi più comuni e le domande pratiche che ogni principiante si pone. Dall’interpretazione dei segnali sul sentiero alla scelta dell’abbigliamento più adatto, passando per gli strumenti digitali che possono salvarti la giornata, ogni sezione è pensata per darti competenze concrete e aumentare la tua sicurezza.

Perché non devi mai sottovalutare un sentiero segnato come “EE” (Escursionisti Esperti)?

Il primo passo per costruire la fiducia in montagna è imparare il rispetto. Quando inizi, ti imbatterai in diverse sigle che classificano i sentieri (T, E, EE). È fondamentale capire che un sentiero classificato “EE” non è semplicemente “un po’ più faticoso”. Significa che presenta difficoltà tecniche che richiedono esperienza specifica, passo sicuro e assenza di vertigini. Potrebbe includere passaggi esposti su rocce, tratti attrezzati con cavi metallici (ferrate) o pendii ripidi e scivolosi dove un errore può avere conseguenze gravi.

L’errore più comune di un principiante è pensare: “L’inizio sembra facile, proviamo”. Un sentiero EE può iniziare come una comoda passeggiata nel bosco per poi trasformarsi improvvisamente in una cengia stretta a picco sul vuoto. Sottovalutare questa classificazione non è un segno di coraggio, ma di incoscienza. Le conseguenze possono andare dal trovarsi bloccati dalla paura a dover richiedere l’intervento del Soccorso Alpino, che, è bene ricordarlo, ha costi significativi. A seconda delle regioni, un intervento può costare fino a 1.500 € l’ora per l’elisoccorso.

Per un principiante, l’obiettivo non è la sfida estrema, ma il piacere della scoperta in sicurezza. Scegli sempre sentieri classificati T (Turistico) o E (Escursionistico), che sono adatti a chi inizia e ti permetteranno di goderti il panorama senza rischi inutili.

Comparazione visuale tra inizio sentiero apparentemente facile e passaggio tecnico esposto

Come mostra questa immagine, l’apparenza iniziale di un sentiero può ingannare. La classificazione “EE” non va mai ignorata, perché segnala pericoli oggettivi che richiedono competenze tecniche specifiche e un equipaggiamento adeguato. La montagna va affrontata con umiltà e preparazione, costruendo la propria esperienza un passo alla volta.

Vedere la sigla “EE” non deve essere una frustrazione, ma uno stimolo: un giorno, con la giusta preparazione, potresti essere in grado di percorrere anche quel sentiero. Ma oggi, la scelta saggia è un’altra.

Come alleggerire lo zaino di 2 kg eliminando il superfluo senza dimenticare l’essenziale?

Uno zaino pesante è il peggior nemico di un escursionista principiante. Ogni chilo in più sulle spalle si traduce in maggiore fatica, minore agilità e, di conseguenza, minore sicurezza e piacere. Imparare a preparare lo zaino è una delle prime competenze pratiche da acquisire. L’obiettivo non è portare “tutto ciò che potrebbe servire”, ma “solo ciò che servirà davvero”. Pensare che due chili non facciano la differenza è un errore comune: dopo ore di cammino, sembreranno dieci.

La chiave è la pianificazione strategica in base al tipo di escursione. Un’uscita di un giorno richiede un equipaggiamento diverso da un trekking di più giorni con pernottamento in rifugio. Se la tua meta è un rifugio custodito che offre servizio di ristorazione, puoi lasciare a casa molti chili superflui. Il segreto è sostituire oggetti pesanti con alternative leggere o semplicemente eliminare ciò che verrà fornito a destinazione.

Ecco una lista pratica di azioni per alleggerire subito il tuo carico, specialmente se prevedi di dormire in un rifugio del CAI:

  • Sacco lenzuolo vs Sacco a pelo: Per i rifugi custoditi (che forniscono coperte), un leggero sacco lenzuolo in seta o microfibra (150-300g) è sufficiente e ti fa risparmiare fino a 1.5 kg rispetto a un sacco a pelo.
  • Cibo e cucina: Se il rifugio offre colazione e cena, elimina fornello, gavetta, stoviglie e cibo extra. Porta solo qualche snack energetico per il percorso. Risparmio: oltre 1 kg.
  • Igiene personale: Sostituisci l’asciugamano di spugna con uno in microfibra ultraleggera (risparmio di 300-400g) e usa saponi solidi o campioncini per ridurre peso e volume.
  • Ricambi: Non serve un guardaroba. Per il rifugio, è sufficiente un solo ricambio completo di indumenti asciutti e caldi. Non portare jeans o cotone, ma capi tecnici leggeri.
  • Elettronica: Un powerbank compatto e di buona qualità è più efficiente e leggero di batterie di riserva multiple per ogni dispositivo.

Alleggerire lo zaino significa aumentare la tua autonomia, ridurre lo stress sulle articolazioni e avere più energie per goderti il viaggio. È uno dei primi, concreti passi per prendere il controllo della tua esperienza e trasformare la fatica in un piacevole sforzo.

Mountain bike o Trekking: quale sport brucia più calorie e impatta meno sulle articolazioni?

Quando un principiante decide di avvicinarsi alla montagna, la scelta cade spesso su due grandi classici: il trekking o la mountain bike (MTB). Entrambi offrono un contatto profondo con la natura e benefici per la salute, ma presentano differenze sostanziali in termini di impatto fisico, costi e accessibilità. Per una persona sedentaria, capire queste differenze è cruciale per iniziare con il piede giusto ed evitare frustrazioni.

Dal punto di vista del dispendio energetico, il trekking, specialmente su sentieri con un buon dislivello, è un’attività estremamente efficace per bruciare calorie. A parità di tempo, un’escursione a passo sostenuto può essere paragonabile a una sessione di MTB su terreno misto. La vera differenza sta nell’impatto sulle articolazioni. Il trekking, soprattutto in discesa, sollecita maggiormente ginocchia e caviglie. L’uso corretto dei bastoncini da trekking è fondamentale per ridurre questo carico fino al 25%. La MTB, essendo uno sport “portato”, scarica il peso del corpo sul telaio della bici, risultando a basso impatto per le articolazioni, il che può essere un vantaggio per chi è in sovrappeso o ha problemi pregressi.

Tuttavia, l’accessibilità e i costi iniziali pendono a favore del trekking. Come evidenzia questa analisi dei costi iniziali, l’investimento per un equipaggiamento da trekking di base è nettamente inferiore a quello per una MTB entry-level.

Confronto Costi Iniziali: Trekking vs Mountain Bike
Voce di spesa Trekking base MTB base
Attrezzatura iniziale 250-400€ (scarpe, zaino, bastoncini) 600-1000€ (bici entry level)
Abbigliamento tecnico 150-200€ 200-300€ (casco obbligatorio)
Tessera associativa CAI: 50-60€/anno con assicurazione FCI o enti MTB: 40-80€/anno
Manutenzione annuale 50€ (scarpe) 150-200€ (revisioni, ricambi)

Inoltre, il trekking è praticabile quasi ovunque e non richiede la stessa abilità tecnica della MTB per affrontare i sentieri. Per un principiante, è più facile concentrarsi sul paesaggio e sulla gestione del proprio respiro camminando. Zone come l’Appennino Tosco-Emiliano offrono sentieri con dislivelli moderati ideali per iniziare, mentre per la MTB l’Altopiano di Asiago è perfetto con i suoi percorsi facili. Per chi vuole iniziare, il trekking rappresenta una barriera all’ingresso più bassa, sia economicamente che tecnicamente. Inoltre, il Club Alpino Italiano conta una presenza capillare con oltre 500 sezioni in tutta Italia, offrendo corsi e uscite guidate che rendono l’approccio alla montagna più sicuro e comunitario.

In conclusione, se il tuo obiettivo primario è un’attività a basso impatto, la MTB potrebbe essere una buona scelta, a patto di avere il budget. Se invece cerchi l’opzione più accessibile, versatile e che ti insegni le basi della vita in montagna, il trekking è senza dubbio il punto di partenza ideale.

L’errore di ignorare le nuvole cumuliformi a mezzogiorno in montagna

Uno degli aspetti che più intimorisce chi vive in pianura è l’imprevedibilità del meteo in montagna. “C’era il sole e un attimo dopo diluviava” è una frase che avrai sentito spesso. In realtà, la montagna comunica quasi sempre i suoi cambiamenti con largo anticipo. Imparare a “leggere il cielo” è una delle competenze più preziose per la tua sicurezza, molto più affidabile di qualsiasi app meteo, che in quota può perdere segnale.

L’errore da non commettere mai, specialmente in estate, è ignorare lo sviluppo di nuvole cumuliformi (quelle a forma di cavolfiore, bianche e gonfie) nelle ore centrali della giornata. Anche se il cielo è blu, la loro rapida crescita in verticale verso mezzogiorno è il segnale inequivocabile che si sta accumulando energia nell’atmosfera. Queste nuvole possono trasformarsi in un cumulonembo, la nuvola temporalesca, in meno di un’ora. Per questo, una regola d’oro nelle Dolomiti e in molte altre zone alpine è pianificare le escursioni in modo da essere di ritorno al rifugio o all’auto entro le 14:00, perché nelle Dolomiti i temporali pomeridiani sono frequenti e possono essere molto violenti.

Trovarsi in quota durante un temporale è estremamente pericoloso a causa dei fulmini. Sapere come comportarsi è fondamentale. Non basta “trovare un riparo”, perché alcune scelte possono peggiorare la situazione. Avere un piano d’azione mentale è il tuo migliore strumento di sicurezza attiva.

Piano d’azione: cosa fare in caso di temporale improvviso

  1. Allontanati dal metallo: Abbandona immediatamente vie ferrate, croci di vetta, recinzioni e persino i bastoncini da trekking in metallo, posizionandoli a distanza.
  2. Evita le zone esposte: Scendi subito da creste e cime. Non rimanere su un campo aperto e non ripararti sotto alberi isolati, che attirano i fulmini.
  3. Trova il giusto riparo: Cerca un bosco fitto (ma non ai margini), un avvallamento del terreno o una grotta profonda. Evita le grotte poco profonde o le sporgenze rocciose, che possono creare un pericoloso “effetto punta”.
  4. Assumi la posizione di sicurezza: Se sei in campo aperto senza ripari, accovacciati a terra con i piedi uniti, appoggiandoti su materiale isolante come lo zaino o una corda, per ridurre la superficie di contatto.
  5. Aspetta in sicurezza: Attendi almeno 30 minuti dall’ultimo tuono prima di riprendere il cammino. Un temporale può sembrare passato ma avere “colpi di coda”.

Ignorare le nuvole che si gonfiano è come ignorare un semaforo rosso. Ti insegna una lezione fondamentale: in montagna, l’umiltà e la capacità di osservazione valgono più di qualsiasi prestazione fisica.

In che ordine proporre le tappe per mantenere alta la motivazione dei piccoli camminatori?

Introdurre i bambini al trekking è un regalo meraviglioso, ma può trasformarsi in un incubo se non si gestisce l’aspetto più importante: la loro motivazione. Un bambino non è un adulto in miniatura. Non è motivato dal panorama sulla cima o dalla soddisfazione dello sforzo fisico. Un bambino è motivato dal gioco, dalla scoperta e dalla gratificazione immediata. Imporre lunghe marce forzate è il modo più sicuro per fargli odiare la montagna per sempre.

La strategia vincente non si basa sulla distanza, ma sull’esperienza. L’ordine delle “tappe” non è geografico, ma psicologico. La chiave è la gamification, ovvero trasformare l’escursione in un gioco a premi. Invece di dire “Dobbiamo camminare per due ore”, è più efficace dire “Tra 30 minuti ci fermiamo per la merenda al ruscello”. Le soste non sono interruzioni, ma obiettivi intermedi che scandiscono il percorso e mantengono l’entusiasmo.

Ecco una sequenza di strategie per strutturare un’escursione a misura di bambino:

  • Missioni di osservazione: Inizia assegnando piccoli compiti (“Chi trova per primo una pigna?”), per spostare l’attenzione dalla fatica del cammino all’esplorazione dell’ambiente.
  • Soste premio programmate: Pianifica una piccola sosta ogni 30-45 minuti in un punto interessante (un grande sasso, un ruscello, un albero dalla forma strana) per una ricompensa (un pezzetto di cioccolato, un sorso di succo).
  • La meta a sorpresa: Non rivelare subito la meta finale, specialmente se lontana. Mantieni l’effetto sorpresa. Un rifugio con animali o un parco giochi può essere una motivazione potentissima da svelare solo verso la fine.
  • Coinvolgimento attivo: Dai ai bambini un ruolo, come “guardiano della mappa” (anche se finta) o “capo esploratore”. Questo li fa sentire importanti e parte attiva dell’avventura.
  • Passaporto dell’esploratore: Crea un piccolo libretto dove possono raccogliere i timbri dei rifugi raggiunti o disegnare qualcosa che hanno visto. È un ricordo tangibile del loro successo.

Scegliere il percorso giusto è altrettanto importante. I sentieri tematici, come quelli dedicati alla Grande Guerra in Veneto o i percorsi naturalistici nel Parco Nazionale d’Abruzzo, sono perfetti perché offrono stimoli continui. In Italia, il Sentiero Italia CAI include oltre 500 tappe, molte delle quali sono state pensate appositamente per le famiglie, offrendo un’infrastruttura sicura e accogliente.

Famiglia con bambini arriva a rifugio di montagna con animali da fattoria

Vedere la gioia nei loro occhi all’arrivo al rifugio, magari accolti da qualche animale, ripagherà di ogni sforzo. E soprattutto, creerà un ricordo positivo che li spingerà a chiederti: “Quando torniamo in montagna?”.

Google Maps o Komoot: quale app ti fa evitare il pavé e le strade pericolose?

Nell’era digitale, lo smartphone è diventato uno strumento essenziale anche per l’escursionismo. Tuttavia, affidarsi all’app sbagliata può essere inutile nel migliore dei casi, e pericoloso nel peggiore. Per un principiante che viene dalla pianura, abituato a usare Google Maps per ogni spostamento, l’istinto è quello di usarlo anche per i sentieri. Questo è un errore grave. Google Maps è progettato per la viabilità stradale e urbana; la sua copertura e affidabilità sui sentieri di montagna, specialmente in Italia, è quasi nulla. Seguire le sue indicazioni può portarti su proprietà private, sentieri dismessi o, peggio, in situazioni di pericolo.

Come confermano tutti gli esperti, gli esperti sconsigliano Google Maps per il trekking di montagna. L’alternativa per l’escursionista moderno si chiama Komoot (o altre app simili come AllTrails o Outdooractive). Queste applicazioni sono specificamente progettate per le attività outdoor. La loro forza risiede in tre elementi chiave:

  1. Mappe dedicate: Utilizzano cartografia topografica dettagliata (come OpenStreetMap) che include sentieri, curve di livello, rifugi, fonti d’acqua e punti di interesse non presenti sulle mappe stradali.
  2. Pianificazione intelligente: Permettono di pianificare un percorso specificando il tipo di attività (escursionismo, mountain bike, corsa). L’algoritmo calcolerà il percorso più adatto, privilegiando sentieri sterrati per il trekking ed evitando strade asfaltate o pericolose.
  3. Funzionalità offline: La funzione più importante. Permettono di scaricare le mappe di un’intera regione sul telefono, garantendo la navigazione anche in assenza totale di segnale telefonico, una condizione molto comune in montagna.

Usare un’app come Komoot non è difficile, ma richiede di seguire alcuni passaggi fondamentali per garantire la sicurezza. Non basta accenderla e partire. La preparazione si fa a casa, quando hai ancora una connessione internet stabile.

Ecco i passaggi essenziali per usare Komoot in modo efficace e sicuro, soprattutto per seguire i sentieri CAI italiani:

  • Scarica le mappe offline: Prima di partire, acquista e scarica la mappa della regione che visiterai. Questa è la tua assicurazione di non rimanere mai “al buio”.
  • Imposta l’attività corretta: Quando pianifichi, seleziona sempre “Escursionismo”. Questo filtra automaticamente i percorsi non adatti alla camminata.
  • Verifica il sentiero CAI: Quando visualizzi un percorso, controlla se nella descrizione o sulla mappa appare il numero ufficiale del sentiero CAI. È un’ulteriore garanzia di affidabilità.
  • Sfrutta la community: Leggi gli “highlight” e i commenti lasciati da altri utenti. Spesso contengono informazioni preziose su fonti d’acqua, punti panoramici o eventuali difficoltà non segnalate.
  • Pensa alla batteria: La navigazione GPS consuma molta energia. Porta sempre con te un powerbank di buona qualità e completamente carico. È un dispositivo di sicurezza irrinunciabile.

Abbandonare Google Maps per un’app dedicata è il primo segno di un passaggio da turista occasionale a escursionista consapevole. Ti permette di pianificare, esplorare e, soprattutto, tornare a casa in sicurezza.

Lana merinos o sintetico: cosa indossare per il trekking autunnale umido?

L’abbigliamento è la tua seconda pelle in montagna. Scegliere i materiali giusti non è una questione di moda, ma di funzionalità e sicurezza. L’errore più grave che un principiante possa fare è indossare capi in cotone (come t-shirt o jeans). Il cotone assorbe il sudore, si asciuga lentissimamente e, una volta bagnato, sottrae calore al corpo, aumentando drasticamente il rischio di ipotermia, anche in una giornata non particolarmente fredda. La scelta per il trekking si riduce a due grandi famiglie di materiali: la lana merinos e i tessuti sintetici (poliestere, polipropilene).

La lana merinos, una fibra naturale, è celebre per la sua eccezionale capacità di termoregolazione: tiene caldo quando fa freddo e rimane fresca quando fa caldo. È traspirante, morbida sulla pelle e, soprattutto, ha incredibili proprietà anti-odore, perché la sua struttura inibisce la proliferazione batterica. Questo la rende ideale per trekking di più giorni. Il suo punto debole è che, una volta bagnata, impiega più tempo ad asciugare rispetto al sintetico.

I tessuti sintetici, d’altra parte, eccellono per la loro capacità di trasportare il sudore verso l’esterno (wicking) e per la loro rapidità di asciugatura. Sono estremamente resistenti e generalmente più economici della merinos. Il loro principale svantaggio è che tendono a sviluppare cattivi odori molto rapidamente.

Quindi, cosa scegliere per un’escursione autunnale, magari in un clima umido come quello prealpino o appenninico? La risposta dipende molto dal contesto specifico, come sottolinea una guida ai tessuti tecnici che analizza le performance in base alle zone climatiche italiane.

Confronto Tessuti per Zone Climatiche Italiane
Zona Caratteristiche clima Tessuto consigliato Motivazione
Appennino Ligure Umidità salmastra alta Sintetico Asciuga rapidamente, resiste al sale
Alpi Alto Adige Freddo secco Lana merinos Isolamento termico superiore
Prealpi autunnali Umidità variabile Mix lana-sintetico Versatilità e comfort

Per il principiante, una soluzione eccellente è spesso un mix dei due materiali. Indossare un primo strato (quello a contatto con la pelle) in lana merinos per sfruttarne il comfort e le proprietà anti-odore, e uno strato intermedio (pile) in sintetico per l’isolamento e la rapidità di asciugatura. Come afferma una Guida del CAI Lombardia nel Manuale di Escursionismo:

Per trekking di più giorni con pernottamento in rifugio, la lana merinos è vincente grazie alle proprietà anti-odore.

– Guida CAI Lombardia, Manuale escursionismo CAI 2023

Investire in un buon primo strato tecnico (sia esso in merinos o sintetico) è una delle spese più sensate che un principiante possa fare. Ti manterrà asciutto, al caldo e a tuo agio, permettendoti di concentrarti sulla bellezza del paesaggio e non sul fastidio di una maglietta bagnata.

Da ricordare

  • L’approccio al trekking per un principiante è un percorso di fiducia: non conta la vetta, ma imparare a gestire lo sforzo e l’ambiente.
  • La sicurezza attiva è fondamentale: non basta evitare i pericoli, bisogna saperli riconoscere (nuvole, sentieri EE) e avere un piano (check-list emergenza).
  • L’equipaggiamento intelligente vince su quello costoso: un’app giusta (Komoot), uno zaino leggero e l’abbigliamento tecnico corretto fanno la differenza.

Come riconoscere le tracce degli animali selvatici nei parchi italiani senza disturbare l’habitat?

Una delle esperienze più magiche del trekking è la sensazione di non essere soli, di condividere il sentiero con la fauna selvatica che popola i nostri parchi. Imparare a riconoscere le tracce degli animali trasforma una semplice camminata in una caccia al tesoro, un’indagine emozionante che ti connette ancora più profondamente con l’ambiente. Non si tratta solo di avvistare un animale, ma di leggere i segni della sua presenza: un’impronta nel fango, piume, resti di un pasto o escrementi.

Tuttavia, questa ricerca deve essere guidata da un principio assoluto: il rispetto per l’habitat e per i suoi abitanti. Siamo ospiti nel loro mondo. L’obiettivo è osservare, non interagire. Avvicinarsi troppo, fare rumore o, peggio ancora, lasciare cibo, può alterare il comportamento degli animali, creare dipendenza dall’uomo e metterli in pericolo. Per questo, ogni escursionista deve seguire un rigido codice di condotta, specialmente all’interno dei parchi nazionali.

Ecco le regole d’oro per un’osservazione responsabile della fauna selvatica nei parchi italiani:

  • Rimani sui sentieri: Non uscire mai dai percorsi segnalati, soprattutto nelle zone di riserva integrale (Zona A dei parchi). Il sottobosco è la “casa” degli animali.
  • Mantieni le distanze: Utilizza sempre un binocolo per osservare gli animali. Una distanza di sicurezza minima di 100 metri è consigliata per non causare stress.
  • Non lasciare tracce: Porta via tutti i tuoi rifiuti, inclusi i resti di cibo come bucce di frutta. Il cibo umano è dannoso per la fauna e può attirarli in zone pericolose.
  • Sii silenzioso: Parla a bassa voce e muoviti con calma. Avrai più possibilità di fare avvistamenti e non disturberai gli animali.
  • Partecipa alla citizen science: Se fai un avvistamento interessante, puoi contribuire alla ricerca scientifica segnalandolo tramite app come iNaturalist, fornendo dati preziosi a biologi e guardiaparco.

L’Italia offre spettacoli naturali unici. Nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, ad esempio, è relativamente facile osservare gli stambecchi in estate. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si possono vivere esperienze guidate di osservazione dell’orso marsicano, mentre le Foreste Casentinesi sono famose per il suggestivo bramito del cervo in autunno. Queste esperienze, se fatte nel modo giusto, sono indimenticabili.

L’osservazione della fauna selvatica è la ricompensa finale per l’escursionista che ha imparato a muoversi con rispetto. Saper riconoscere le tracce è una competenza che arricchisce ogni passo.

Il primo passo non è comprare gli scarponi, ma trovare una guida. Cerca la sezione del Club Alpino Italiano (CAI) più vicina a te e partecipa a un’uscita per principianti: è il modo più sicuro e gratificante per iniziare la tua avventura.

Scritto da Matteo Sartori, Fisioterapista, Preparatore Atletico e Guida Ambientale Escursionistica (AIGAE). Esperto di benessere psicofisico, sport outdoor e prevenzione degli infortuni.